Il sinodo e il treno

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C’è poco da fare: siamo su un treno che fila dritto verso il mare.

Binario unico. Capolinea? Il mare, cioè dentro il mare.

I passeggeri appaiono tranquilli, rilassati direi. Tutti seduti, composti.

Alcuni guardanio nella direzione di marcia, e già pregustano la spiaggia, le onde.

Non sembrano capire che il capolinea è molto al largo.

Altri sono seduti di fronte a loro, e guardano in direzione opposta, verso le montagne. Nostalgia? 

Qualcuno di questi ultimi è pure vestito quasi tutto di nero.

Io però non amo il mare. Anzi, vorrei andare in montagna.

Così cammino da un vagone all’altro, spostandomi, a piedi, sul treno, in direzione opposta a quella in cui sta correndo il convoglio.

Chi mi vede mi dà del matto, forse perchè ho sulle spalle lo zaino e gli scarponi ai piedi.

Però non sono l’unico. Altri, come me, fanno il mio stesso cammino.

Non siamo illusi, lo sappiamo benissimo che il nostro andare è patetico.

Ma ci piace così. Lo troviamo …   giusto.

E poi, sai cosa ti dico?

Noi siamo convinti che quando arriveremo al mare, proprio di fronte alle onde che sembreranno sul punto di inghiottirci e farci annegare…

il mare si spalancherà, e noi passeremo a piedi asciutti dall’altra parte, dove ci aspetteranno altre montage inesplorate, da conquistare con dolcissima fatica.

Non è sempre stato così?

E allora resistiamo alla tentazione di scendere alla prossima fermata.

Il capotreno è uno che la sa lunga.