Sesso, vita, armadietto – slide 1 – test

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Buonasera a tutti.

Mi chiamo Bruno Dal Corso e sono medico.

Chiarisco subito però che non sono ginecologo, e pertanto coloro che si aspettano una lezione universitaria di anatomia e fisiologia riproduttiva rimarranno profondamente delusi.

Di fatto io sono anestesista, e questo vuol anche dire che se qualcuno dormirà mentre parlo, sarò il primo ad esserne felice.

Non sono a questo corso fidanzati in veste di ginecologo, mi considero piuttosto un vostro compagno di viaggio.

Seguo da anni un corso fidanzati come animatore, dall’inizio alla fine, e in quella sede mi hanno affibbiato la responsabilità di condurre una serata come questa.

Da molti anni ormai mi chiamano qui e là per parlare ai fidanzati in corsi come questo.

Di cosa parleremo stasera?

La slide alle mie spalle dice “Sesso, vita, armadietto”: parleremo di vita, di come la vita si trasmetta, normalmente attraverso il sesso, e quindi di quell’”armadietto” che tutti potremo avere in casa e dei dispositivi farmacologici e non che contiene e che noi possiamo utilizzare per regolare la trasmissione della vita attraverso il sesso.

Il titolo vuole parafrasare quello di un film famoso qualche anno fa: Il leone, la strega, l’armadio.

Qualcuno l’ha visto?

Tre ragazzini attraverso la porta di un magico armadio entrano in un mondo misterioso dove incontrano un leone parlante. Questo leone, per dichiarata intenzione dell’autore, ripercorre passo per passo la vicenda di Gesù Cristo (il leone di Giuda…), passione, morte e resurrezione.

Ecco, per questo mi piace questa parafrasi: parleremo di cosette apparentemente scientifiche,  lontane dal senso religioso della vita e del matrimonio, eppure vi assicuro che sotto ognuna delle cose che vi dirò c’è Gesù Cristo; è Lui il vero motivo della mia presenza qui stasera.

Come ne parleremo?

Ho cercato il sistema per coinvolgervi e ho pensato di elaborare una specie di quiz, un test a risposta multipla, come quello per la patente.

Dieci-domandine-dieci, e più possibili risposte, forse tutte giuste, forse tutte sbagliate, lo deciderete voi.

Per mettere un po’ di pepe fin da subito, ho anche pensato di dividervi in gruppi, due gruppi di soli maschietti, e due gruppi di sole femminucce. Tra un quarto d’ora mi riporterete le vostre risposte di gruppo. Quattro fogli.

Io proietterò una alla volta le domandine e analizzeremo insieme le risposte, in modo da non fermarsi a perdere tempo su quello che sappiamo già benissimo e chiarire invece le idee dove eventualmente fossero un po’ confuse.

Ok?

Bene, questi sono i fogli del test.

 QUESTIONARIO EDUCAZIONE SESSUALE (2011)

Ci rivediamo qui tra un quarto d’ora.

(to be continued)

Sesso, vita, armadietto – campo base

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Giro da anni la provincia per partecipare alla serata a tema “medico” degli incontri prematrimoniali per fidanzati.

Che ne so perché queste cose le fanno fare a me?

Mica son ginecologo, io.

Evidentemente però non ho tanta concorrenza, e anche quest’anno già l’agenda si sta infittendo di date.

Oh, colleghi! Mica posso fare tutto io!

Come dite?

Non sapete come affrontare l’argomento? Vi terrorizza parlare di sesso a gente che ha in media trent’anni e convive da cinque? Vi bloccate perché c’è qualcuno che si porta dietro (o per il momento ancora in pancia) i figli?

Ho quello che fa per voi.

Per prima cosa, però, dovete andare a rileggervi i post a tag “oggi sposi” del Diavolaccio.

Tutti, non barate!

Fatto?

Già. Certe malattie sono contagiose, anche l’incubazione è piuttosto lunga.

L’idea però è la stessa: io vi racconterò tutto quello che racconto alle coppie che incontro.

Tutto tutto.

Di solito mi servo di slides power point, e chiacchiero un’ora, un’ora e mezza. Un unico file, nominato “Sesso_vita_armadietto”, da cui il misterioso titolo di questo post.

Chiaro che dovrò sminuzzare tutto in tante briciole, e proporvele un po’ per volta.

Magari alla fine, se fate i bravi,  vi metto tutto il file in un sol colpo, e vi risparmio la fatica di montarne i brandelli. Così magari gira il mondo anche qualcun altro e io mi pensiono.

Avvertenze:

-         mi esprimerò esattamente come se avessi di fronte le coppie di fidanzati che incontro: fate finta di essere tra loro.

-         se c’è qualche medico in ascolto, prenda del valium. Non ho intenzione di far lezione di anatomia e fisiologia, ma di far pensare a partire da anatomia e fisiologia. Niente terminologia strettamente scientifica, non cerco clienti, cerco cuori e cervelli.

-         Le immagini delle slides sono tratte dal web, nel corso di anni (e anni). Se qualcuno avesse qualsiasi cosa da ridire me lo comunichi e le immagini saranno rimosse e sostituite con altre del tutto analoghe.

-         L’aggiornamento dei post sarà del tutto precario, ma cercherò nei limiti del possibile, di non tirarla troppo lunga. Non escludo di intervallare questi post con altri, ma ho imparato a limitare le promesse.

-         Se poi l’esperimento funziona, potrei anche proseguire con altri argomenti … ma questa è solo una minaccia.

Pronti?

(to be continued)

E invece

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Ho fatto un sogno.

No, mica uno di quelli alla Martin Luther King: noi formiche facciamo sogni piccoli.

Vino&Mirra, inteso come blog,  era in coma.

Troppo difficile trovare qualcosa di vero da dire, troppo astio nel web, troppa economia, troppa politica volgare. Poco, anzi pochissimo tempo.

Splinder, inteso come spazio web che ospitava il blog, mi informava che “il 31 Gennaio 2012 il servizio Splinder sul quale hai realizzato il tuo blog vinoemirra verrà dismesso. Tutti i contenuti che hai già creato su Splinder non andranno persi, avrai l’opportunità di recuperarli e di attivare un redirect del tuo blog su un nuovo indirizzo web. Segui questi semplici passaggi etc etc”.

Ecco, mi dicevo: questo è un segno.

Qui si stacca la spina al paziente terminale.

Figurati se mi metto a “seguire questi semplici passaggi…”. Eppoi perché? Fatica sprecata.

Meglio dedicarmi alla vita reale, la vita vera è fuori dal web.

Ho le mie bimbe del piccolo coro parrocchiale, ho i miei gruppi fidanzati prematrimoniali, ho i miei sacerdoti sparpagliati e le loro serate di bioetica spicciola, la mia famiglia e i suoi sempre più grandi problemi.

Vino&Mirra può sparire, nessuno ne piangerà la mancanza.

E invece c’è chi se ne accorge, e mi scrive e intuisce e mi invita a ripensarci.

Oddìo.

E non solo. Mi apre un blog di soppiatto, mentre balbetto al telefono “ma dai… non perderci del tempo… sì, insomma…”.

Così mi ritrovo su un’altra piattaforma (si dice così?), paralizzato dalla miriade di nuovi click da fare e widgets e plugin e editor… Io qui ci annego.

E invece mi appare l’angelo custode e mi sposta il ditino da un tasto all’altro, e compaiono delle cose, una muova veste grafica, una testata che è tutto un programma (una sala operatoria, un medico con un cuore in mano, un paziente cui nessuno bada, e poi politici, polizia, giornalisti, curiosi…), perfino un nuovo simbolino sotto il “chi sono”: una siringa montata a mo’ di cannone.

Ma… le sparavo così grosse?

Mi sveglio tutto sudato e mi accorgo che è tutto lì, davanti alla tastiera.

Un incubo: adesso ci devo per forza scrivere qualcosa.

Il samaritano e noi


Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così». (Luca 10, 25-37)

 
 
 

Un uomo.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Questo recita l’articolo 3 della nostra Costituzione, che qualcuno considera una specie di Vangelo.
Il mio Vangelo è più sintetico, gli basta dire “un uomo” per mettere tutti gli uomini su uno stesso piano di dignità.
Oh… a proposito di radici cristiane…
Nessuno è diverso, nessuno è straniero nella mia città dicono dalle mie parti.
Quanta tristezza, quanta malinconia in certi slogan, che nel goffo tentativo di eliminare un “diverso” ne creano un altro.
E invece qui nessuna richiesta di documenti, nemmeno una sommaria indagine se per caso il malcapitato avesse redatto una qualche "dichiarazione anticipata di trattamento" sanitario…

 
“scendeva da Gerusalemme”
Questa sì che è bella.
Quest’uomo non è uno che va a Gerusalemme, alla città santa, verso Dio.
E’ uno che si allontana da essa, da Dio, forse non gli interessa.
Forse è ateo, forse è lui stesso un malfattore o forse è solo uno in  cerca di lavoro nei campi di Gerico. Ma resta un uomo, ferito, anzi, “mezzo morto”, e quindi da soccorrere.
Mi rivedo in flashback, anni fa, giù dall’ambulanza, sulla strada, nei campi, nelle case.
Un ragazzo, un casco,  sangue dappertutto; un giovane, i poliziotti, una fiala di morfina rotta e sudicia; un uomo in arresto cardiaco, massaggio, defibrillatore, tutto intorno un lusso assurdo e luci e specchi e oro…
La strada, la droga, l’infarto, il cancro… briganti.
Briganti che in un momento ti possono sbaragliare la vita.
E oggi ? Chi è questa gente che curi?
Che ne sai di loro?
Un uomo.
Questo basta. Me lo ha detto Gesù.
 

Passa, per caso, un sacerdote. Lo vede e passa oltre.
Quanti ne conosco di sacerdoti che si sarebbero fermati!
Ma qui siamo di fronte a un prete “migliore”, uno di quelli che va “oltre”.
Oltre l’uomo. Prete di una religione che non si ferma davanti all’uomo. 
Lui vede al di là, mica gli interessa il qui e ora.
Dove deve andare: in tivvù, da Fazio Fabio o dalla Bignardi?
In ogni caso, non passa di lì per amore di Gesù, ci passa “per caso”… sì, insomma… non sa nemmeno lui perché è lì.
Eppure questo è il prete che ci presenta la cronaca evangelica.
Ora come allora sono questi i preti che fanno notizia, quelli che riempiono le cronache dei quotidiani e fanno scorrere fiumi di inchiostro.
Il “fumo di Satana è entrato nel tempio” si doleva papa Paolo VI e molti preti “si mordono e si divorano a vicenda” lamenta Benedetto XVI paventando il prevalere di un pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo.
Preti che sono convinti che sputtanare la chiesa sia il modo migliore per far amare Gesù Cristo.
Sarà…
 

Anche il levita vede e passa oltre.
Del resto, da un politico, c’era da aspettarselo.
E questo, per esempio, da che parte va?
Sta salendo o scendendo per la strada?
Che bello! Qualcuno sa da che parte va davvero un politico?
Anche lui “vede”.
E’ bravo a far diagnosi, inchieste, riunioni programmatiche, ma per la terapia c’è bisogno di scendere, di sporcarsi le mani, di tirarsi su le maniche (direbbe Van Gogh), di metterci (o rimetterci) la faccia.
Non mi accodo a quanti sparano ad alzo zero sulla “casta”, che poi le caste a ben vedere sono numerose, ma è indubbio che qualche problema c’è.
 

Arriva il Samaritano, il reietto, il paria, quello che proprio non vorresti incontrare.
Che provocatore Gesù!
Non gli bastava mettersi a chiacchierare d’amore con la donna samaritana dalla dubbia reputazione, al pozzo, a mezzogiorno,  una in cerca di teste vuote e bisacce piene.
Ora è un samaritano quello che ti salva la vita!
Anche lui “viaggia”.
Il viaggio è un mito dei nostri tempi.
C’è gente che apre un mutuo per farsi “il viaggio”, per passare il tempo a guardare dentro l’obiettivo di fotocamere e telecamere e far collezione di immagini che non riguarderà mai più.
Ma il suo è un viaggio che “passa accanto”.
Accanto. Non “sopra”.
Mica pochi quelli che ti passano “sopra”, eh? In ospedale, in ufficio, in fabbrica.
“Sempre pronti a pestare le mani a chi arranca dentro a una fossa
sempre pronti a leccar le ossa del più ricco e dei suoi cani
” direbbe Lolli.

Lui è uno che, per dirla con don Milani, pronto a “fare strada ai poveri, non a farsi fa strada con i poveri”.

E via, con altri “dieci comandamenti”:

  1. lo vide
  2. ne ebbe compassione
  3. si curvò su di lui
  4. gli fasciò le ferite
  5. gli versò olio e vino
  6. lo caricò sul suo giumento
  7. lo portò all’albergo
  8. si prese cura di lui
  9. pagò per lui
  10. tornò indietro a saldare il conto

 
E’ stato detto “non uccidere”, ma io vi dico…
 
Anche il samaritano “vede” ciò che hanno visto il prete e i politici, ma lui “ha compassione”.
Non puoi dire di amare Dio, che non vedi, e non ami il prossimo che vedi, pena l’inutilità di una religione.
 
Mi affascina poi il particolare dell’olio e del vino: vino per disinfettare, olio per lenire. Il bastone e la carota.
Mezzi poverissimi, tutto quello che ha, nessuna valigetta di pronto intervento.
Olio e vino dei nostri bistrattati sacramenti.

E paga.
Paga di persona. Suo è il ronzino, suoi i due denari, equivalenti a due giornate di lavoro.
Altro che “il mio turno termina alle 15.12!”
Non scarica su altri il peso delle sue decisioni, e sa che fare il bene costa, e che c’è sempre qualcuno che ci guadagna (l’oste: non poteva amare un po’ anche lui?).

E poi torna.
Questo è troppo!
Quante persone ho visto, malati, vecchi, matti… Una corsa in ambulanza, l’ospedale e via! aspettando che la radio tornasse a gracchiare, per un altro infelice.
Di loro non ho più saputo nulla.
Non sono tornato, nemmeno una volta.
Questo Dio ci ama oltre le umane capacità.
E ci insegna a pensare.
Non chiederti “che cosa mi accadrà se mi fermo ad aiutare questa persona?” ma “che cosa accadrà a questa persona se non mi fermo ad aiutarla?”
 
 
 
Sono debitore per questo post alle famiglie conosciute in valle Aurina durante un campo estivo, e ad alcune riflessioni di don T. Bello e don D.M. Turoldo.

 
 
 
 

Da Comboni


 

Lo so, non scrivo più.
Però studio!
Mi sono immerso fino ai capelli (che non ho) nella vita di questo grande santo e in quella dei suoi amici e collaboratori "comboniani".
La mostra è aperta per tutto il week end, e, ben mimetizzato tra le valenti guide, ci sarà anche il sottoscritto (almeno domenica sera e lunedì sera).
Ne sentirete delle belle!

Al Polo! Al Polo!

 


Polo Chirurgico Pietro Confortini Verona
 

C’è chi va al Polo entusiasta di essere nel centro chirurgico più grande d’Italia – che dico d'Italia, d'Europa – oh yes!
C’è chi nel Polo chirurgico
più grande d’Italia – che dico d'Italia, d'Europa - non ha più la scrivania per lavorare – oh yes!
 
C’è chi lascia il vecchio caro reparto, va al Polo e dice “da qui non mi muovo più” – oh yes!
C’è chi va al Polo, dà un’occhiata, e dice “qui manca tutto” e torna alla chetichella nel reparto di prima – oh yes!
 
C’è chi va al Polo il sabato pomeriggio, perché è più bello del centro commerciale – oh yes!
C’è chi lavora nel blocco operatorio a 33 sale operatorie, tutte sotto terra,  e già si sente un po' una talpa – oh yes!

 

 

C’è chi va al Polo in abito borghese, si veste di bianco in spogliatoio, va nel filtro della sala operatoria e lì si cambia e si mette la casacca azzurra (pardon, avio), poi esce dalla sala, e si rimette in bianco, va al filtro della rianimazione e indossa il pigiamino verde, esce dalla rianimazione ovviamente in bianco, va allo spogliatoio e si riveste in borghese e poi va a casa perché così si deve fare – oh yes!
C’è chi passa tutto il giorno a cambiarsi d’abito e si chiede quando è che si comincia a lavorare – oh yes!
 
C’è chi è coordinatore di dipartimento complicazione affari semplici e deve avere uno studio in ognuno dei reparti in cui occasionalmente si trova a lavorare – oh yes!
C’è chi deve lavorare e quindi dello studio medico non ha proprio bisogno, e infatti non ce l’ha (più) – oh yes!
 
C’è chi “la legge dice niente cellulari in struttura sanitaria” e quindi tutto il Polo va schermato da onde elettromagnetiche di ogni tipo e natura – oh yes!
C’è chi è reperibile su chiamata, ma al Polo i cellulari non funzionano, i cicalini nemmeno, il telefono fisso non c’è più e “è un’ora che ti cerchiamo, dove accidenti eri” – oh yes!
 
C’è chi al Polo mette i pattini a rotelle e chi giura che il contapassi è arrivato a 9 km percorsi in sei ore di normale attività di reparto – oh yes!
C’è chi al Polo fa il meeting quotidiano per coordinare l’attività di reparto in corridoio, perché l’aula meeting è due metri per tre – oh yes!
 
C’è il medico di guardia del reparto del Polo che, siccome è di guardia, è di guardia, cioè, lo dice la parola stessa, è lì che fa la guardia, e quindi la stanza del medico di guardia la facciamo identica allo sgabuzzino per le scope: non c’è letto né finestra né bagno nè telefono né computer né scrivania né niente – oh yes!
Anzi, no: c’è sul soffitto un bocchettone d’aria condizionata a getto verticale che se ti ci fermi sotto due minuti becchi la polmonite – oh yes!
C’è chi al Polo trova l’ufficio portantini con scrivania e telefono – oh yes!
 
C’è chi arriva al Polo in macchina ma non ci può parcheggiare in quanto dipendente e va a mettere la macchina a due km di distanza e se ne torna a piedi, in bicicletta, o in navetta (quando c’è e se ha tempo da perdere) – oh yes!
C’è chi al Polo ha parcheggio riservato e custodito anche se è dipendente, perché vuoi mettere il mio lavoro con il tuo? – oh yes!
 
C’è chi “al Polo faccio il doppio della attività con la metà del personale” – oh yes!
C’è chi “però la fai molto male” – oh yes!
 
C’è chi ha istituito il “trauma team” , il “medical emergency team” e sta pensando al "cardiopulmonary resuscitation team" – oh yes!
C’è chi non ha mai saputo di fare parte di queste squadre da un pezzo – oh yes! – oh yes!
 
C’è chi al Polo va a curarsi e guarisce, più o meno come prima.
C’è chi al Polo continuerà a soffrire e a morire né più né meno come prima, né più né meno come in un qualunque altro ospedale di una qualunque altra parte del mondo, perché è sempre stato così e sempre sarà così.

Uffa però


 



 

Mannaggia!
Ero deciso a lanciare una grande campagna di stampa, al grido di tutto è terapia!
La medicina è tutto, tutto è medicina!

Vuoi mettere?
Tutti più sani, tutti più belli e tutti i medici più felici e più ricchi.
E invece scopro (grazie a Fiordicactus) che il Corrierone mi sta rubando l’idea e già ha lanciato la prima pesantissima pietra nello stagno: se è terapia medica l’alimentazione artificiale somministrata attraverso un sondino nasogastrico, non può non essere terapia medica una dieta alimentare.
Come dargli torto?
C’è la dieta per chi ha l’artrosi e quella per chi ha il cancroquella per chi ha la calvizie  e financo quella per i disturbi erettili.
Tutte sponsorizzate da fior di medici.
Ci vuole un medico!
La dieta è terapia!
Il cibo è terapia!
Stop al fai-da-te! Stop alle improvvisazioni!
Che uno poi finisce per fare la dieta macrobiotica a cereali e legumi, senza negarsi qualche sigaretta, o a mangiar solo cavolo (con i noti effetti collaterali). O – perché no? – si mette a fare la dieta del sonno (più dormi, meno mangi) o la dieta della tenia (tu mangi la tenia e la tenia mangia te). 

 

Io pensavo inoltre di dichiarare terapia l’aria che si respira.
E scopro che già ci sta pensando Repubblica!
In Giappone vendono lattine di ossigeno per contrastare l’inquinamento delle metropoli.
Dall’aria in lattina all’aria fuori dalla lattina, il passo è breve!
L’atmosfera? Una lattina più grande!
Ma… occhio! L’ossigeno può far male!

Giapponesi! Fatevi prescrivere le lattine da un medico!
Non assumente ossigeno a capocchia!
Avete il diritto di dire no!
L’ossigeno lo voglio solo al 21%.
Altro che respirazione artificiale!
 

 Uffa Però.

Le idee cominciano scarseggiare.
Mi resta giusto l’igiene personale.
Lavarsi i-capelli-i-denti-la-schiena-il-sedere … è terapia?
Come negarlo?
Prova tu a restare sporco.
Puzzi. Ti infetti. Ti ammali sicuro.
I pidocchi, come minimo.
L’igiene è terapia. Lavati o morirai.
Oppure rifiuta di lavarti. E’ un tuo diritto.
Ci hai pensato?
E se fossi allergico all’acqua

E non parliamo nemmeno del sapone!
Mica puoi lavarti senza ricetta, ti pare?
 

Infine, ma non per ultimo…
I vestiti!
I vestiti ti proteggono dal clima, dal freddo, dal caldo, dalla pioggia e dal sole. Senza vestiti, o con i vestiti sbagliati, possono essere dolori.
Puoi morire assiderato.
Qui l’allergia è davvero dietro l’angolo, ma non è il solo rischio.
Un vestito sbagliato può costarti la vita. 

Sei sicuro di saper scegliere i tuoi vestiti senza l’aiuto di un medico?
Mica ti può bastare un sarto, per scegliere una cosa così importante, devi per forza farti fare un check up da uno specialista in … vestitologia..?
 

 
Orbene.
Volendo smettere di dire stupidate mi verrebbero un paio di considerazioni spicciole:
1. Non sarà che l’intenzione della giornalista del Corriere (Margherita De Bac) è quella di farci fare  il ragionamento in direzione esattamente opposta?
Se la dieta è terapia, lo è a maggior ragione l’alimentazione artificiale…
2. Ma perché sprecare tanta energia e tanto inchiostro per dimostrare che il cibo è terapia o non lo è?
Se il cibo è dichiarato terapia posso rifiutarlo, in quanto terapia?
Ma se il cibo non è terapia posso rifiutarlo a maggior ragione, no?
Chi me lo impedisce?
 
Non centrerà in qualche modo la seconda parte del famoso articolo 32 della Costituzione,  quella parte che nessuno cita mai, che ricorda che la legge non può in nessun caso superare i limiti imposti dalla rispetto della persona?

Bla Bla Bla



Sì che sono stanco.

Stanco di chiacchiere inconcludenti.
Di gente che apre la bocca e si pronuncia su qualsiasi cosa, dal testamento biologico al nucleare, dalla Libia al cubo di Rubik (refuso: volevo dire culo di Ruby) spacciando la propria opinione per verità rivelata.
E allora me ne sto zitto. Non ho detto “fermo”, solo zitto.
Faccio altro. Faccio cose, vedo gente, direbbe qualcuno. Non è poco.
Perché, cosa dovrei fare?
Accodarmi allo strombazzamento di quanti giudicano senza sapere, senza mai aver visto?
No, grazie.
Eppure qualcosa da dire ce l’ho, sulla punta della lingua.
Dico che sempre, e dico sempre, quando decidono i giudici, l’Eluana di turno muore.
 
Un requiem per
Karen Ann Quinlan,


New Jersey, 1975. Karen ha 22 anni. Un arresto cardiocircolatorio dopo una sbornia esita in stato vegetativo persistente. Inizia una battaglia legale:  i genitori chiedono che venga staccata dal respiratore: i giudici autorizzano, ma Karen continua a respirare autonomamente per altri 10 anni. Poi una polmonite, non trattata, se la porta via.

Nel 1980, i genitori aprono un Hospice con il suo nome. Diranno successivamente: “Abbiamo scoperto tanto bene da una tragedia”.
 
Un requiem per
Nancy Cruzan 

Missouri. 1983. Nancy a 20 anni  ha un incidente stradale. Anche per lei stato vegetativo.    Respira da sola ma viene alimentata e idratata artificialmente. Quattro anni dopo i genitori chiedono di sospendere acqua e cibo; i giudici autorizzano nel 1990.  Nancy morirà dopo 11 giorni.
Suo padre si impiccherà 6 anni dopo.“Non ho rimorsi, ho solo domande che non mi permettono più di vivere …  Devo raggiungere la mia Nancy … chiederle se ho fatto bene a farla morire…”.
Dopo Nancy Cruzan, in America esiste una legge federale permette l’espressione di direttive anticipate.
 
Un requiem per
Antony Bland  

Regno Unito, 1989. Antony ha 29 anni, e resta schiacciato tra la folla durante i disordini seguiti a una partita di calcio; in stato vegetativo, respira autonomamente. Nel 1993, su richiesta dei genitori, i giudici sospendono l’alimentazione artificiale, motivandola con “il miglior bene” del paziente e “con una modalità che rispetti la deontologia medica”. Da allora, l’Associazione dei medici britannici si è espressa a favore della sospensione dell’alimentazione artificiale a chi si trova in stato vegetativo da più di un anno.
 
Un requiem per
Theresa Marie Schindler, detta Terri Schiavo,

nata il 3 dicembre 1963, morta il 31 marzo 2005, per desiderio del marito e per ordine di un giudice, nell’Hospice Woodside di Pinellas Park, Florida, Stati Uniti d’America, dopo un’agonia durata 14 giorni.
Veronesi su Repubblica  definì pazienti come lei “morti viventi”.
 

E così via.
 
Stanno parlando di una legge che metta un argine a tutto questo.
Parlano, parlano.
Ed è giusto, perché davvero è doloroso tracciare una riga rossa nelle pieghe della coscienza, nel rapporto delicatissimo tra il medico e il paziente morente, o in coma.
Forse la legge non la faranno, troppo difficile definire queste dichiarazioni anticipate senza astrattezze e ambiguità, chiarirne i contenuti, garantirne l’affidabilità,  troppo controverso il ruolo del fiduciario, per non parlare della vincolatività nei confronti del medico.
Se mai faranno una legge, sarà comunque facile criticarla, magari anche con ragioni opposte: “apre le porte all’eutanasia” ma anche “non garantisce l’assoluto rispetto del principio di autodeterminazione”, e via blaterando.
Se invece non faranno una legge, reciteremo altri requiem per altre Karen, Nancy, Therese, Anthony, Eluana…

 
 

Edizione straordinaria!

 


 

Edizione straordinaria!
Titoli a nove colonne per queste notizie così sensazionali!
I Tiggì non parlano d’altro, e perfino i giornali nazionali a più ampia tiratura hanno dovuto far spazio in prima pagina, tra una canotta e una mutanda, a queste che sono le news del giorno.
Si sprecano editoriali barbosissimi a scandagliare i possibili retroscena, si immaginano epocali ripercussioni.
Le penne migliori scendono in campo, nomi roboanti del mondo scientifico concedono i loro illuminati pareri in pacate ma puntigliose interviste.
Le dieci domande.
Le dieci domande sono cambiate.
Si arriva persino a chiedersi se, in effetti, sì… insomma… non è che abbiamo sbagl… cioè … volevo dire…
C’è chi si spinge addirittura a sollevare dubbi circa l’opportunità di rivedere alcune scelte politiche.
Qualche magistrato fa mea culpa e si cosparge il capo di cenere sulla pubblica piazza.
Ossuti chierici azzardano un timido “io lo avevo detto”, ma li zittiscono in nome della laicità dello stato.
E poi, insomma, chi non ha un qualche neo?
 
Di cosa si tratta?
Ma come?
Ma voi dove vivete, in Papuasia?
Eppure sono questioni di vita o di morte, roba che scotta.
Si muore di IVF? 

E da quando?
Si muore più che di IVF che di IVG?
Figurati!
Ma sì! Lo dice il British Medical Journal, che si lamenta pure con toni del tipo: "Ma ragazzi, almeno segnalatele queste complicanze letali, che prima o poi qualcuno prenderà qualche provvedimento! No, dico, almeno un registro delle sindromi da iperstimolazione ovarica!"
Ah.
Perchè… … non c'era?

E poi…
Ma come sarebbe a dire che se favorisco l’accesso alla pillola del giorno dopo mi ritrovo un tasso più elevato di malattie sessualmente trasmissibili?
Più 12% nelle adolescenti sotto i sedici anni!
E la stessa pillola non è neppure efficace nel ridurre il numero di gravidanze adolescenziali!
Ah beh, ma allora… ditelo…