Buon Natale da V&M e famiglia

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Lo so anch’io che in Palestina non c’erano persone bionde con gli occhi azzurri, ma Cicciobello fà comunque la sua figura nel ruolo di San Giuseppe, Sbrodolina si gode il suo velo azzurro (che le nasconde le trecce)  e un anonimo Pupo sgambetta felice entro la grotta, ricavata sotto il calcetto balilla…

Insomma… qui è Natale! Gesù con noi!

Fare questo Presepe ci ha fatto divertire, Gesù può renderci felici.

Se poi qualcuno storce il naso, in pieno stile Vino&Mirra copio e incollo

I pastori che vegliano nella notte,
“facendo la guardia al gregge”,
e scrutano l’aurora,
vi diano il senso della storia,
l’ebbrezza delle attese,
il gaudio dell’abbandono in Dio.

E vi ispirino il desiderio profondo
di vivere poveri
che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale!
Sul nostro vecchio mondo che muore,
nasca la speranza.

don Tonino Bello

Da Comboni


 

Lo so, non scrivo più.
Però studio!
Mi sono immerso fino ai capelli (che non ho) nella vita di questo grande santo e in quella dei suoi amici e collaboratori "comboniani".
La mostra è aperta per tutto il week end, e, ben mimetizzato tra le valenti guide, ci sarà anche il sottoscritto (almeno domenica sera e lunedì sera).
Ne sentirete delle belle!

Al Polo! Al Polo!

 


Polo Chirurgico Pietro Confortini Verona
 

C’è chi va al Polo entusiasta di essere nel centro chirurgico più grande d’Italia – che dico d'Italia, d'Europa – oh yes!
C’è chi nel Polo chirurgico
più grande d’Italia – che dico d'Italia, d'Europa - non ha più la scrivania per lavorare – oh yes!
 
C’è chi lascia il vecchio caro reparto, va al Polo e dice “da qui non mi muovo più” – oh yes!
C’è chi va al Polo, dà un’occhiata, e dice “qui manca tutto” e torna alla chetichella nel reparto di prima – oh yes!
 
C’è chi va al Polo il sabato pomeriggio, perché è più bello del centro commerciale – oh yes!
C’è chi lavora nel blocco operatorio a 33 sale operatorie, tutte sotto terra,  e già si sente un po' una talpa – oh yes!

 

 

C’è chi va al Polo in abito borghese, si veste di bianco in spogliatoio, va nel filtro della sala operatoria e lì si cambia e si mette la casacca azzurra (pardon, avio), poi esce dalla sala, e si rimette in bianco, va al filtro della rianimazione e indossa il pigiamino verde, esce dalla rianimazione ovviamente in bianco, va allo spogliatoio e si riveste in borghese e poi va a casa perché così si deve fare – oh yes!
C’è chi passa tutto il giorno a cambiarsi d’abito e si chiede quando è che si comincia a lavorare – oh yes!
 
C’è chi è coordinatore di dipartimento complicazione affari semplici e deve avere uno studio in ognuno dei reparti in cui occasionalmente si trova a lavorare – oh yes!
C’è chi deve lavorare e quindi dello studio medico non ha proprio bisogno, e infatti non ce l’ha (più) – oh yes!
 
C’è chi “la legge dice niente cellulari in struttura sanitaria” e quindi tutto il Polo va schermato da onde elettromagnetiche di ogni tipo e natura – oh yes!
C’è chi è reperibile su chiamata, ma al Polo i cellulari non funzionano, i cicalini nemmeno, il telefono fisso non c’è più e “è un’ora che ti cerchiamo, dove accidenti eri” – oh yes!
 
C’è chi al Polo mette i pattini a rotelle e chi giura che il contapassi è arrivato a 9 km percorsi in sei ore di normale attività di reparto – oh yes!
C’è chi al Polo fa il meeting quotidiano per coordinare l’attività di reparto in corridoio, perché l’aula meeting è due metri per tre – oh yes!
 
C’è il medico di guardia del reparto del Polo che, siccome è di guardia, è di guardia, cioè, lo dice la parola stessa, è lì che fa la guardia, e quindi la stanza del medico di guardia la facciamo identica allo sgabuzzino per le scope: non c’è letto né finestra né bagno nè telefono né computer né scrivania né niente – oh yes!
Anzi, no: c’è sul soffitto un bocchettone d’aria condizionata a getto verticale che se ti ci fermi sotto due minuti becchi la polmonite – oh yes!
C’è chi al Polo trova l’ufficio portantini con scrivania e telefono – oh yes!
 
C’è chi arriva al Polo in macchina ma non ci può parcheggiare in quanto dipendente e va a mettere la macchina a due km di distanza e se ne torna a piedi, in bicicletta, o in navetta (quando c’è e se ha tempo da perdere) – oh yes!
C’è chi al Polo ha parcheggio riservato e custodito anche se è dipendente, perché vuoi mettere il mio lavoro con il tuo? – oh yes!
 
C’è chi “al Polo faccio il doppio della attività con la metà del personale” – oh yes!
C’è chi “però la fai molto male” – oh yes!
 
C’è chi ha istituito il “trauma team” , il “medical emergency team” e sta pensando al "cardiopulmonary resuscitation team" – oh yes!
C’è chi non ha mai saputo di fare parte di queste squadre da un pezzo – oh yes! – oh yes!
 
C’è chi al Polo va a curarsi e guarisce, più o meno come prima.
C’è chi al Polo continuerà a soffrire e a morire né più né meno come prima, né più né meno come in un qualunque altro ospedale di una qualunque altra parte del mondo, perché è sempre stato così e sempre sarà così.

Memoria corta


Goya, Due vecchi che mangiano

Non so voi ma io vado per i cinquanta.

Cinquanta intesi come “età percepita”, specialmente per il fatto che la mia memoria non è più quella di una volta.

Ho girato la boa da un po’, e sono nel tratto di parabola in cui ricordo e cito a memoria il buon Pascoli, il cupo Foscolo, l’odiato Carducci, e l’amato Leopardi, mentre ignoro del tutto gli appuntamenti di domani e devo ricorrere al trillo ormai costante della memoria virtuale del cellulare.

Dovessi laurearmi oggi, sarebbero dolori. Vado in tilt anche solo di fronte ai cento diversi codici delle cento diverse porte di accesso ospedaliere.

Se sbaglio percorso, per entrare in sala operatoria di cardiochirurgia, devo superare tre diversi codici alfanumerici, per un totale di 13 cifre.

Quasi un IBAN, ma senza gli zeri.

Nemmeno Fort Knox è così protetta, scommetto.

 


Oh, mica sarà l’Alzheimer?

Una bestia di malattia, che dà i suoi primi sintomi proprio in questo modo.

Se leggo Wikipedia, tremo di paura.

Sarò io, quello che non ricorda cosa si è mangiato a pranzo, cosa si è fatto durante il giorno,  l’organizzazione del futuro prossimo, come ricordarsi di andare a un appuntamento…?

C’è poco da scherzare, è una malattia terribile, per il paziente e per i suoi familiari, e non c’è cura che dia apprezzabili risultati.

 


Oggi però ho una possibilità.

Mi si assicura che posso diagnosticare la malattia con anni di anticipo, in modo certo.

Basta dosare un certo marcatore biochimico nel liquido cefalorachidiano.

Una puntura spinale, cosa che un qualunque anestesista mi fa in due minuti, con aghi sottilissimi, pressoché indolore.

Se ho questo marcatore, a quanto pare, sono spacciato. 100% di sicurezza diagnostica.

E tra qualche anno, promettono, niente più puntura spinale, basterà una TAC-PET.

In pratica saprei di essere malato con qualche anno di anticipo.

Sano. E malato.

Malato-malato.


Che fare?

Tengo questa notizia per me?

Ok, però smetto di lavorare, mollo gli ormeggi e mi trasferisco armi e bagagli su un atollo del pacifico, premunendomi di una badante h24.

Si sa, questo non è un paese per vecchi.

I miei soffrirebbero un po’. Ma certo non sarei loro di peso.

Magari mi faccio anche una bella assicurazione di malattia, prima che le agenzie scoprano il trucco, così nessuno qui avrà problemi economici.


Oppure mi prenoto un letto nella clinica La Quiete, ora che ce ne sono di liberi, visto che so che non ce la farei a buttarmi direttamente sotto un camion di fichi (“non puro, può far molto mal”, dice il poeta).

 


In alternativa, faccio outing, che va pure di moda.

Spiattello tutto sulla rete, anzi, su questo stesso blog, e aspetto.

Risultato: l’azienda ospedaliera mi licenzia, giacchè sto per diventare un pericolo pubblico, mia moglie mi chiede “come mi chiamo io?” ogni due per tre, per vedere se peggioro, i miei figli cercano su ebay di acquistare una “comoda” di seconda mano, la banca mi chiama dicendo che ci sarebbero alcune firmette da fare…


Ma sì, è giusto.

Anche questa altro non è che una diagnosi precoce.

Fosse una diagnosi prenatale di sindrome di Down, avrei più o meno il 10% di speranze di venire al mondo.

Perché dovrebbe andarmi diversamente con una diagnosi precoce di Alzheimer?

 


… e al loro dio perdente non credere mai…







                                                            

 

 

«Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto.»

 

Gilbert Keith Chesterton

 

 

C’è il nurse d’anestesia che studia avidamente un metodo di “canalizzazione dell’energia pesante”. Per aprire i canali nei quali scorre l’Energia, rimuove una serie di blocchi energetici che impediscono uno scorrimento libero dell’Energia e mettere in contatto l’energia personale con l’Energia Universale. Il tutto in tre giorni, basta un fine settimana.

Quando i blocchi energetici vengono rimossi, l’Energia fuoriesce dalle mani, sotto forma di energia di guarigione. Se si smette, anche per anni, nessun problema. Quando si vuole ricominciare basta riappoggiare le mani e l’energia fluirà liberamente.

Non fosse che soffre di mal di schiena…

 

C’è il chirurgo russo, che viene fin qui da Volgograd, per imparare, ma anche per studiare. Studia flussi e curve di pressione in circolazione extracorporea. Progetta uno studio in cui recluta un centinaio di pazienti, divisi in quattro gruppi. Preleva sangue, urine, frammenti di tessuto muscolare. E raccoglie una mole sconfinata di dati, e curve pressorie e giù Swan Ganz come se piovesse.

Dice che darà a breve la risposta, attesa da cinquant’anni almeno, a uno dei dilemmi più antichi della cardiochirurgia: flusso pulsato o flusso continuo?

Non fosse che il protocollo di studio cambia ogni giorno…

 


C’è lo strumentista che, nonostante sia nato dopo l’anno del più incredibile scudetto del calcio italiano, vede solo Hellas, e si prepara quasi spiritualmente all’epica sfida che deciderà il campionato. Canti, gesti, simbologie che andranno sciorinate, secondo un rituale squisitamente religioso, nel rito  pagano domenicale, nel tempio ovale del dio pallone.

Non fosse che stiamo parlando di prima divisione…

 


C’è l’infermiera che “oddìo Rafa”  e le brillano gli occhi mentre ammira i guizzanti muscoli da decatleta del suo divo tennistico preferito.

Non fosse che poi il maiorchino entra in campo e passa due ore a pigliare pallate da uno scavezzacollo lèttone che usa la racchetta come un’ascia da larici,   e giù mazzate e tocchi di fino che è uno spettacolo.

Quel che conta è che vinca Rafa, anche se la sua palla rimbalza a metà campo e se gioca da primo della classe solo in recupero. 

Vamos Rafa! Vamos Rafa!

 

 

 

C’è anche l’infermiere che si dedica alla lettura di “Shiloh”, di don Paolo Spoladore  (e all’ascolto dell’omonimo disco), e lo raccomanda sentitamente al sottoscritto.

Un libro e un disco per chi ama capire le Sacre Scritture, con il gusto di risalire al significato etimologico di ogni singola parola. Preghiere che diventano canzoni, e viceversa.

Una bellissima sorpresa.

 

Klimt e il Salmo 90






Salmo 90:

L’uomo è come l’erba: al mattino fiorisce, germoglia; alla sera è falciata e dissecca.





Probabilmente potrei dirvi tutto quello che penso sulla vita e sulla morte semplicemente parlando di questa opera di Gustav Klimt.

Senza ambizioni di critico d’arte, che sarebbero ridicole, data la mia abissale ignoranza in materia, proverei a dirvi quello che questo quadro dice a me.

Morte e vita, vita e morte, l’una di fronte all’altra.

La vita, così bella, così colorata, con le sue luci, i suoi colori caldi, i suoi ori.

Magnifica ad ogni età.

Il neonato tra le braccia della madre;

l’uomo e la donna, chini sul peso delle proprie fatiche, ma anche stretti in un abbraccio di corpi nudi, abbraccio di amore e fecondità;

l’anziana,  non in disparte, ma al centro della scena.

Tutti dormono. Sognano, forse.

Oppure sono semplicemente sereni e spensierati.

Che bello vivere così, entro il rassicurante cerchio della vita che continuamente si ripropone, senza fine.

Ma non tutti sono inconsapevoli protagonisti di questa giostra.

Un volto di ragazza ha gli occhi aperti.

Guarda in faccia il suo destino.

Oltre quel fiume sempre più nero e misterioso, di fronte a lei, c’è la morte.

La morte, così terrificante, fredda, cupa, ingobbita nella sua mestizia, gelida nel suo sorriso beffardo.

 

E’ solo consapevolezza di dover morire?

O invece la ragazza  è costretta a guardare la morte, perché è la morte che guarda lei?

Già.

La morte non guarda l’uomo, non guarda la vecchia. Guarda la ragazza.

Quante volte la morte sorprende, cattura la preda ignara e del tutto impreparata.

Una morte che comunque aspetta tutti ma non decide la chiamata secondo un prevedibile criterio cronologico.

Oggi potrebbe volere me.

Oggi guarda me.

Quel teschio fa rabbrividire.

Inquieta e respinge.

Quello scettro, quel bastone rosso di sangue, rosso di dolore, sta per sferrare il suo colpo micidiale.

La ragazza, però, non sembra averne paura.

Il suo viso è sereno, lo sguardo disteso.

Né angoscia né rassegnazione, nessuna domanda del perché.

E’ la serenità del saggio Socrate, che vuota la tazza di cicuta "sino in fondo, tutto d’un fiato, senza dar segno di disgusto",  con sublime serenità?

E’ una consapevolezza filosofica chiusa alla speranza?


“…Fulmineo

precipita il frutto di giovinezza,

come a luce d’un giorno sulla terra.

E quando il suo tempo è dileguato

E’ meglio la morte della vita.”

(Mimnermo, Come le foglie)

“I nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita” dirà Albert Einstein.

 


Tutto qui?

Personalmente la mia attenzione è attirata piuttosto dalla lunga tunica della morte, e dalla sua costellazione di croci.

Vedo in esse non i simboli delle tombe ma il richiamo all’Uomo che c’era crocifisso sopra, e ora non c’è più.

In questo Uomo la mia speranza.

Guardando queste croci non mi sento più solo di fronte alla sofferenza e alla morte.

Non la speranza di sfuggire alla morte o di strappare Dio al suo silenzio, ma  quella di attraversare questo enorme fiume nero che mi sta davanti per finire nelle braccia di Gesù Cristo, che prima di me lo ha attraversato.


Ma ora,

ora so

che presto

tutto si svelerà…

E io ti dico: eccomi!

(David Maria Turoldo, Canti ultimi)

… e se passate fate piano…


Si va.
Tra poco più di due ore sono a Casa Serena per la conferenza con i giovani di cui vi avevo accennato.

Sono sparito dal blog anche per quello.
Grazie a quelli che son passati a lasciare un saluto.

Non mi capita tutti i giorni di fare da apripista al mio vescovo.
Speriamo di non fare la figura del pirla.
Se sopravvivo vi racconto, eh?

Alzati e cammina


Un ragazzone di un metro e ottanta per 90 Kg.

Laurea scientifica, in procinto di partire per gli Stati Uniti per lavoro.

Lineamenti rotondi, sorriso simpatico.

Lo vedo stamattina per la prima volta, già sdraiato sul lettino operatorio.

Frettolosa visita anestesiologica. E’ sano. Consenso informato scritto.

Diagnosi: Pectus excavatum

Intervento previsto: Sternocondroplastica

Ma c’è un ma.

Scopro lo sterno e lo ispeziono.

Mica la vedo questa deformazione congenita della parte cartilaginea delle coste nella loro inserzione sullo sterno.

O meglio: c’è qualcosina, un avvallamento appena percepibile, che tende a sparire del tutto se il ragazzo si mette in posizione eretta.

Oibò.

Mi tornano ala memoria immagini delle altre patologie analoghe operate. Eh no, eh!

Fermi tutti.

“Senti, A… Ma davvero vuoi sottoporti a questo intervento? Per una sciocchezza del genere? Che fastidio ti dà?”


“In effetti mica sono sicuro. Ho chiesto al chirurgo sperando che lui decidesse al posto mio, ma mi ha detto che devo essere io a decidere. Io lavoro al PC anche per molte ore di fila, e quando mi alzo e mi sgranchisco mi fa un po’ male qui”


“Senti, A… non è che lo fai per le ragazze, vero? Qui ci son tre giovani infermiere e tutte ti trovano del tutto normale, anzi, dicono che sei pure un bel ragazzo. E che se una ti mette da parte per una cosa del genere è meglio perderla che trovarla”


“No, no. Nessuna mi ha mai detto nulla. Sono io che…”


“Senti, A… adesso, se ti metti di profilo davanti ad uno specchio, guardando bene, ma proprio bene, forse vedi qualcosa. Dopo l’intervento vedrai senza fatica una cicatrice di una decina di centimetri, e, se si buca la pleura, anche quella di un eventuale drenaggio polmonare. E se poi ti viene un cheloide? Ma sei sicuro di quello che stai facendo?”


“Mica tanto. E’ che… sì, insomma… non sono giusto, ecco!”


“Senti, A… se è per quello qui di giusto non c’è nessuno. Io per esempio sono quasi calvo, ho un femore tre cm più lungo dell’altro, cioè sono zoppo, con una cicatrice sopra di una cinquantina di cm, sono miope come una talpa, candidato a una protesi d’anca nei prossimi cinque anni… e qui mi fermo per carità di patria.

Solo ti voglio dire che la perfezione non esiste. Non piegarti a quelli che ti vogliono perfetto, che ti scartano se non sei giusto già da prima di nascere. 

E che la vita ti riserva tante sorprese alcune delle quali belle, altre brutte. Convivere con le proprie piccole imperfezioni ti allena per quando arriveranno le grane vere.”


“Io sono andato dal chirurgo perché lui mi dicesse: lascia stare, non è niente. E quello invece ha lasciato la patata bollente nelle mie mani. Ma non è che vi arrabbiate se io adesso cambio idea, vero?”


“Senti, A… chirurgo è voce del verbo tagliare. Comunque adesso sta scendendo e gliene dico quattro io stesso. La decisione deve essere tua, è ovvio, ma lui ti deve consigliare per il tuo bene.

Tu parla con lui di nuovo. Se poi vorrai farti operare io sono qui e ti addormento”.


Dopo 15 min


“Allora, A.?”


“Allora ho deciso che vado a casa. Ho detto al chirurgo che per farmi perdonare gli sistemo il computer. Ha installato windows 7 ed è già nei pasticci.

Ti devo ringraziare. Cercavo qualcuno che mi dicesse che sono un cretino. Meno male che l’ho trovato”


“Senti, A… fammi un piacere… come diceva il mio maestro: alzati e cammina”.

L’infiltrato (capitoli successivi)




Cap. 5

Sì, viaggiare. Verona-Roma-Verona.

Prova tu: 1100 km in due giorni. Eppure G.F. sembra esserci abituato.

Il sindacato, il contratto, i tribunali e tutto il resto.

Gran parlatore, G.F.

Meglio così.

V&M si veste da formidabile ascoltatore.

Ascoltare fà educato e consente di inserire qualche cuneo nelle piccole crepe del ragionamento; poi ogni tanto si dà qualche ben assestato colpetto dilatatore.

G.F. è comunque una persona che ha fame e sete di giustizia.

Ed è profondamente sincero, nel riconoscersi un tantino ideologico (lo siamo tutti, almeno un po’, ma pochi lo ammettono).

La convention teo-dem sul testamento biologico è in realtà un pretesto per riunire i vertici del suo sindacato medico e dare loro visibilità politica.

 

Cap.6

Roma d’inverno è un pensiero che la (mia) mente non considera. E poi piove.

Per questo siamo puntualissimi.

Il metal detector non mi legge nel pensiero. Meno male.

Sala della mercede. Che uno si aspetta afffreschi-stucchi-arazzi. Macchè. Pareti bianco oratorio e poltrone sgangherate.

Una pattuglia di parlamentari teo-dem schierata in assetto di convegno dietro microfoni spianati.

Da Carra a Lusetti, da Bianchi a Binetti.

Il relatore della legge, Di Virgilio, PdL.

Il vescovo di Mazara del Vallo, in veste di giurista CEI.

Telecamere alzo zero frugano tra i presenti.

Poco male. Ho il mio miglior travestimento: giacca e cravatta.

Non mi riconoscerebbe mia madre.


Apre Enzo Carra, promotore del convegno.

Dice cose che nemmeno Benedetto XVI. Sembra che la questione verta sul fatto che Dio esista o meno.

G.F. mi fa due occhi così. Lo rassicuro: si può vivere etsi Deus daretur – come se Dio ci fosse. Lo dice il papa. Qui si vuole essere più papisti del papa? Non me lo aspettavo.

Mi segno una domanda da fargli.


Il pallino passa a Di Virgilio.

Dice che i radicali hanno prima promosso questa legge – primo firmatario Ignazio Marino, a loro ormai molto vicino – e poi presentato 240 dei 270 emendamenti che la attendono alla Camera.

Il nodo cruciale della idratazione-nutrizione è, a suo dire, un falso problema: “non esiste nella letteratura scientifica una sola patologia curata con la nutrizione o con la idratazione. Vi sfido a dirmene una”. Ergo non si tratta di terapie ma di sostegni vitali.

Mah. Sapete come la penso.

Si potrebbe, ragionevolmente, sostenere l’esatto contrario con la stessa enfasi.

Poi glielo chiedo.


Paola Binetti fa davvero la sua figura.

Più che per quello che dice per come lo dice. Una spanna sopra tutti.

Discute il totem della “alleanza terapeutica” tanto in voga.

Il mio pensiero è spinto un passo più in là. Come si fa a credere di poter mettere sullo stesso piano il chirurgo sano, ieratico, in camice bianco, col suo codazzo di assistenti che troneggia al letto di un paziente, sdraiato nel suo letto, giallo come un limone, in pigiama, col sondino nasogastrico che gli cambia i connotati e soprattutto un tumore grosso così.

L’alleanza terapeutica è un bluff. Non lo dice lei, sono io che l’ho sempre pensato

Binetti sostiene la necessità di recuperare non tanto il paternalismo medico (so-io-medico-quale-sia- il-tuo-bene. Tu-paziente-taci-e-acconsenti) quanto una sorta di affidamento fiduciario del paziente al medico, sulla base di un rapporto umano comunque giocato su piani necessariamente diversi. Un po’ padre-figlio, per capirsi.

E fin qui, secondo me, è da bacio in fronte.

Poi scivolerà anche lei sull’equivoco terapia-sostegno vitale di nutrizione e idratazione (“sono sostegno vitale, non si discute nemmeno”) e non si farà mancare qualche strafalcione sulle decisioni di desistenza terapeutica in rianimazione, che, a suo dire, non esistono.

Questa, poi. Me la segno.

Mi aspetto ben altra profondità da una come lei.

Non mancherò di stuzzicarla nel dibattito.


Il Vescovo fa arrabbiare G.F. più che il sottoscritto. Un po’ perché parla un linguaggio da giurista più soporifero del Pentotal, un po’ per gli accenni alla “pietas” che G.F. interpreta come “sovvenzionate gli hospice che poi sono tutti nostri”.

Il Vescovo poi saluta e se ne va. Monsignore: e il dibattito?


Lusetti rivendica “libertà di coscienza nelle scelte etiche”. Mi chiedo chi sia a impedirgliela.

Poi lo inchiodo.


Dorina Bianchi spende tre quarti del suo intervento a giustificare la sua recente scelta politica. Nata come parlamentare UDC, la Bianchi era migrata nella Margherita e poi nel PD. Nella locandina del convegno è presentata come parlamentare PD. Ma da pochi giorni ha lasciato il partito e si è iscritta al gruppo UDC. Mamma mia. E pensare che il PD aveva scalzato Marino per affidare a lei la commissione sul testamento biologico.

Si è resa conto di essere passeggero di un treno che viaggia da nord a sud e si è chiesta se ha senso camminare in questo treno spostandosi di vagone in vagone in direzione opposta a quella di marcia.

Alla buonora, le dirò.


Del Barone parla a suo dire a nome dei medici e afferma che nessun paziente in tanti anni di onorata carriera ha mai chiesto a lui di farlo morire. Gli farò notare che qui si parla delle volontà di pazienti “non competent”.

I pazienti che possono esprimere il loro parere non hanno bisogno di alcuna altra legge.


Chiude ancora Enzo Carra, che un po’ lamenta la mancanza di un vero contraddittorio tra i presenti. In fondo sono tutti d’accordo.

La legge, prevista per Ottobre, si farà a Gennaio, o comunque entro Marzo-Aprile…


E’ il momento di far saltare la mia copertura e sparare a raffica una mitragliata di domande…

“Ringrazio i partecipanti. Il convegno è concluso”.

Ma come?

E il promesso “ampio dibattito” con gli operatori sanitari?

L’infiltrato



 

 

Mini spy story senza spy e senza story

 

Cap. 1

Vino&Mirra non è certo quel che si dice uno di fede granitica, di cultura enciclopedica o di accesa vis polemica.

I suoi colleghi, quattro spiantati cardioanestesisti con gli occhi gonfi di sonno arretrato, e perfino qualche cardiochirurgo in vena di facezie, si divertono però a punzecchiarlo su questo o su quel “tema sensibile”.

“Senti, tu che sei cattolico, come la mettiamo con la Eluana, col Welby, con la Fivet, con la Madonna di Medjugorie, l’accanimento terapeutico, i preti pedofili, i contraccettivi… E, già che ci siamo, chi era Giuseppe d’Arimatea?”

Lui poi ci mette del suo, citando a casaccio frasi di questo o quel Vangelo, sempre storpiate da una memoria fallace, e per lo più rivolgendosi ai giovani specializzandi che hanno la sfortuna di essere affiancati a lui quel giorno.

Tra le sue preferite:

-         “avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente date” – dopo aver illustrato il calcolo mnemonico semplificato della dose di catecolamine in mcg/kg/min (suo copyright personale, roba che sui libri te la sogni)

-         “Esaminate tutto con attenzione, trattenete ciò che è buono” – prima di decidere quale vena periferica incannulare per iniziare l’anestesia

-         “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” – mentre si corre in reparto a rianimare un paziente

I suoi colleghi si dedicano a letture “a la page” di libri dalle dimensioni inversamente proporzionali al costo e dai titoli enigmatici (Erri De Luca: Il peso della farfalla) e seguono corsi teorici di ecocardiografia transesofagea.

Lui porta nella tasca del camice La spada Santa – biografia romanzata di S. Paolo di Jan Dobraczynski e cerca su PubMed le percentuali di americani che sottoscrivono il living will registry.

E, si sa, in certi ambienti questo è più che sufficiente per attribuirgli credenziali di bioeticista cattolico “de noantri”.

 

Cap. 2

G.F. è medico psichiatra dell’Ospedale psichiatrico giudiziario. Passa la vita a fianco di persone dalle storie terribili, alle spalle famiglie ancor più terribili.

Perizie perizie perizie, tribunali tribunali tribunali, giudici giudici giudici.

Pazienti per i quali altri non girerebbero lo sguardo.

Impegno supplementare nel sindacato.

Politica, area PD. Tanto lavoro al PC.

A casa, una sorella da dieci anni in stato di coscienza minima dopo un intervento neurochirurgico definito di routine da un neurochirurgo di fama nazionale, uno di quelli che guardano la TAC in controluce e dice: “rischio zero”  – e zero poi non era.

Genitori anziani, due figli piccoli.

Moglie cardioanestesista, comprensibilmente un tantino stressata, accanita fumatrice.

 

Cap.3

“Pronto? Sono la collega di tuo marito.

Sì, proprio io. Senti. ti volevo fare una proposta.

Parlo prima con te perché so chi comanda in casa.

No, lui non sa ancora niente.

Mio marito sta cercando medici che vadano con lui a Roma, in Parlamento, per un incontro-convegno con alcuni parlamentari di area PD-teodem… la Binetti, per intenderci. Vogliono vederci chiaro sulla realtà del testamento biologico. Sapere come stanno effettivamente le cose dalla voce di alcuni medici che vivono queste esperienze nel loro lavoro. Io e lui andiamo.

Abbiamo subito pensato di coinvolgere anche  tuo marito.

Dai, lascialo venire.

Lui si interessa da sempre di queste cose, ha il blog e tutto il resto.

Sì, lo so che magari la pensiamo in maniera piuttosto diversa, politicamente intendo.

Ma su questi temi credo sia giusto sentire opinioni diverse, confrontarsi, dialogare per cercare soluzioni condivise.

Nessuno ha le risposte in tasca a domande come queste.

E sono certa che il suo contributo sarebbe prezioso.

Che ne dici?”

“Ma certo! Ci penso io! Lui è sempre lì che legge queste cose… gli piacerà di sicuro! Conta su di me! Dovesse tentennare gli darò io la spinta giusta. Quando si parte?”

“E’ per lunedì prossimo.

Abbiamo pensato a tutto noi. Macchina,  albergo, giro per Roma…

Dai! Ci divertiremo pure!”

“Ecco. Anche quello gli farà bene. Non temere: verrà di sicuro”.

 

(segue?)